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Dismorfofobia. Quando vedersi brutti diventa una malattia

2 mesi ago · · 0 comments

Dismorfofobia. Quando vedersi brutti diventa una malattia

 

Sono piena di difetti

Se solo non avessi il naso storto…

Le mie cosce fanno schifo!

Ho una pelle orribile

Devo assolutamente eliminare questi peli

 

Quante volte abbiamo sentito o pronunciato frasi del genere?

Tutti noi abbiamo dei “difetti” fisici,  o comunque caratteristiche che non ci piacciono. Ma non per questo ce ne crucciamo troppo, o comunque essi non condizionano la nostra vita. Diversamente per qualcuno avere un’imperfezione, reale o immaginaria, diventa un serio problema.

IL DISTURBO DI DISMORFISMO CORPOREO o DISMORFOFOBIA

Il disturbo di dismorfismo corporeo si caratterizza per la presenza di una preoccupazione notevole o, comunque, davvero eccessiva rispetto a un presunto difetto fisico. Difetto che, se non addirittura inesistente, è considerato trascurabile dalla maggior parte delle persone.

Chi ne soffre al contrario lo considera un problema enorme e dedica molto tempo a pensare all’imperfezione e a ipotizzare dei modi per eliminarla o nasconderla agli occhi degli altri.

Questo comporta notevole sofferenza e talvolta  azioni “rituali” simili a quelle tipiche del disturbo ossessivo-compulsivo (DOC). Alcune persone possono arrivare a evitare qualsiasi specchio oppure a passarci ore davanti per analizzare la pelle del viso o i peli superflui.

Qualunque tipo di imperfezione può diventare oggetto di “ossessione”

Il disturbo di dismorfismo corporeo può causare una seria compromissione della qualità di vita, delle relazioni interpersonali, delle prestazioni in tutti gli ambiti nonché abbassare il tono dell’umore e l’autostima

COSA FARE?

La psicoterapia, accompagnata da un supporto di tipo farmacologico,  può essere molto utile per superare il disturbo di dismorfismo corporeo.

Contattami se vuoi saperne di più

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Esposito Malara Grazia

Psicologa e Psicoterapeuta a Brescia

 

Non sai farti ascoltare? Prova queste tecniche

7 mesi ago · · 0 comments

Non sai farti ascoltare? Prova queste tecniche

 

Molte persone si trovano in difficoltà quando devono dire delle cose importanti a qualcuno di caro, parlare di fronte a un pubblico, esprimere una lamentela o fare delle richieste al proprio responsabile. Ecco allora alcuni semplici suggerimenti per favorire la comunicazione

Prima di parlare

1)Preparare mentalmente ciò che si vuole esprimere, organizzando il contenuto secondo criteri di importanza primaria e secondaria.
Può essere utile avvalersi di un supporto scritto, soprattutto se abbiamo un appuntamento di lavoro o una presentazione di fronte a un pubblico. In questo caso è opportuno preparare una scaletta scritta e ripetere il nostro discorso più volte, magari  di fronte a uno specchio.

2)Ipotizzare il tipo di ascolto che l’ascoltatore potrà e vorrà dedicare, sulla base della relazione attuale e pregressa, dei rispettivi ruoli, del contesto, degli scambi precedenti.

E’ importante non solo concentrarci su ciò che vogliamo dire, ma anche su ciò che l’altro o gli altri saranno presumibilmente disponibili a recepire!!

Ovvero: se sappiamo che il nostro capo non è disponibile per motivi di tempo a dedicarci più di cinque minuti è inutile prepararsi un lungo discorso, per quanto ben argomentato possa essere.

Sarà opportuno ridurre all’essenziale quanto vogliamo dire. Per essere ascoltati dovremo avere pronte poche frasi dirette e chiare!

3) Scegliere il linguaggio e lo stile comunicativo più appropriato al contenuto.

Non possiamo usare la stessa terminologia se parliamo di fronte a un pubblico di colleghi o di persone “comuni”. Sembra una banalità ma in molti compiono questo errore, e di conseguenza non vengono ascoltati.

Per catturare l’attenzione possiamo poi aiutarci con alcuni  messaggi anticipatori come:

“Sto per dirti una cosa importante e vorrei essere ascoltato”

“Sto per introdurre un tema delicato, vi chiedo qualche minuto di attenzione”

“Ho bisogno di parlare con te per chiarirmi”

“Le va di ascoltarmi per cinque minuti? Devo parlarle di una cosa seria…”

 

dott.ssa Esposito Malara Grazia

Psicologa e Psicoterapeuta a Brescia

 

Perchè sto a dieta e ingrasso? Il meccanismo paradosso delle diete restrittive.

10 mesi ago · · 0 comments

Perchè sto a dieta e ingrasso? Il meccanismo paradosso delle diete restrittive.

PER ESSERE IN FORMA BISOGNA STARE SEMPRE A DIETA

La strategia che comunemente si ritiene essere la migliore per rimanere in forma e in pace con se stessi, ovvero stare sempre “a dieta” nel senso di limitare sempre l’apporto calorico, (talvolta eliminando alcuni alimenti amati) alla lunga si rivela fallimentare.

Nel lungo periodo le diete restrittive, ipocaloriche, non funzionano e snaturano il rapporto che abbiamo il cibo e il nostro corpo. La dieta restrittiva è qualcosa che può prescrivere un nutrizionista o un dietologo, per un periodo limitato, che va personalizzata, ma non deve diventare uno stile di vita.

La prima cosa da evitare  per trovare un equilibrio psicofisico adeguato è stare sempre a dieta,

ovvero la MENTALITA’ DIETA !

 

Sembra incredibile, eppure non lo è. In effetti, ho conosciuto molte persone che, pur passando la vita a dieta, non si ritenevano soddisfatte dei risultati o addirittura si vedevano ingrassare. Per non parlare della sofferenza psicologica che vivevano tenendo sempre monitorato quello che mangiavano e rinunciando a molti alimenti ritenuti vietati in assoluto. Per alcune di loro il cibo era diventato un’ossessione e la preoccupazione per l’alimentazione le portava a evitare momenti di convivialità importanti.

Dal punto di vista fisico la conseguenza dello stare sempre a dieta è a livello di metabolismo. Chiaramente non mi soffermo su questi aspetti che non sono di mia competenza, ti basti sapere che le persone che hanno perso il 10% del loro peso corporeo, bruciano 250-400 calorie in meno, perché il loro metabolismo è soppresso . Un buon motivo per seguire una dieta restrittiva sotto il controllo di uno specialista. Ma quello che più mi interessa in questo momento e che è di mia competenza è l’aspetto psicologico

In sintesi:

Dal punto di vista psicologico stare sempre a dieta snatura la relazione con il cibo, porta a una preoccupazione e a una lotta interminabile con se stessi e ad alternare cicli di restrizione e abbuffate che fanno fallire la dieta e compromettono la serenità e l’autostima

Ma vediamo meglio cosa intendo. Il concetto di “restrizione cognitiva“, ovvero ciò che caratterizza chi sta sempre a dieta, è stato introdotto da Herman e Mack negli anni 70. esso indica l’atteggiamento mentale che la persona adotta riguardo al cibo con lo scopo di ridurre l’apporto calorico per dimagrire oppure non ingrassare

La restrizione cognitiva, o condizione di dieta permanente, comporta due manifestazioni diametralmente opposte.

1) Nella prima la persona, grazie alla forza di volontà, domina il proprio comportamento alimentare, si controlla, e segue il regime che si è imposta senza sgarrare. Ci sono persone che resistono anche anni senza contravvenire alle proprie regole interiori, salvo poi crollare in momenti particolarmente critici e magari vanificare tutti gli anni di sacrifici fatti. E comunque conducendo una vita tutt’altro che soddisfacente…

2) Nella seconda condizione, quella di perdita di controllo o disinibizione, la persona si lascia andare e si iperalimenta. La persona in situazione di restrizione cognitiva è costantemente protesa a limitare l’introito calorico e a evitare alcuni cibi ipercalorici. Alcuni eventi o emozioni sono però capaci di interrompere questo rigido controllo cognitivo e innescare l’episodio di abbuffata

Un aspetto di fondamentale importanza è che quando si sta sempre a dieta, ovvero, nella condizione di restrizione cognitiva, pian piano spariscono le sensazioni alimentari e si trasforma la relazione con il cibo.


Questo avviene attraverso alcune FASI

Il primo stadio dell’inibizione è caratterizzato da un atteggiamento volontaristico per cui la persona decide di mettere da parte le sue sensazioni alimentari (fame, appagamento,sazietà) e di fare uno sforzo. Non si fiderà più di sé stessa ma affiderà il comando del proprio comportamento alimentare a regole ritenute plausibili o di buon senso.

Alcune di queste possono essere non saltare i pasti, fare tre pasti al giorno, non mangiare fuori pasto, abbondare con alimenti che non fanno ingrassare come verdura e frutta ed evitare zuccheri e grassi che causano l’aumento di peso. Queste sono le cognizioni a cui ci si affida spesso senza che vi sia una verifica scientifica in maniera rigida e assoluta, a scapito delle proprie sensazioni alimentari che vengono volontariamente ignorate allo scopo di seguire quanto più fedelmente possibile le regole che ci si è dati.

*Chiediti: quante volte ti è capitato di pensare cose del tipo:
”Visto che se mangio quello che voglio ingrasso, meglio mangiare cose che non fanno ingrassare”;
“Avrei voglia di un piatto di pasta, ma è meglio che mangi un’insalata”

 

La predominanza delle cognizioni provoca un graduale disapprendimento delle sensazioni con la conseguente incapacità di stimare adeguatamente i propri bisogni

 


Man mano che si prosegue con la restrizione cognitiva, o la condizione di dieta permanente, si diventa sempre più schiavi del senso di colpa, le sensazioni corporee diventano difficili da decifrare poiché ormai non ci si affida più ad esse da tempo e ci si basa su cognizioni e”buona volontà”. Inconsapevolmente entra in uno stadio in cui, avendo modificato profondamente il suo rapporto con il cibo, è facilmente vittima di episodi di disregolazione, ovvero di abbuffate.

La convinzione secondo la quale esistono alimenti che non fanno ingrassare e altri che non si dovrebbero mai consumare produce delle modifiche importanti nei processi cognitivi che portano ad abusare di entrambe le categorie ma in modo diverso. Ci si abbuffa di alimenti “consentiti” per non sentire la voglia di quelli ”vietati”
-Se mangio molte verdure/mi riempio di insalata avrò meno voglia di pasta
-Con il pesce scondito posso esagerare…tanto non ingrassa

Ci si abbuffa di alimenti vietati quando per qualche ragione il controllo cade e non si riesce a limitarsi
-Oggi esagero ma da domani a dieta ferrea
-Ormai che ho ceduto chissenefrega lo finisco…tanto da lunedì vado a correre

Non deve stupire quindi che, non percependo più le proprie sensazioni alimentari si arrivi paradossalmente ad un aumento di peso o al mantenimento del sovrappeso.

LA  DIETA DIVENTA UNA GABBIA

Dopo qualche anno di lotta con il cibo e il proprio corpo si diviene incapaci di distinguere le sensazioni alimentari. Si può confondere la fame con altre sensazioni fisiche come la stanchezza, la mancanza di sonno, il dolore. A tavola non si smette di mangiare perché ci si sente sazi ma perché si ritiene di aver mangiato a sufficienza. Il cibo e l’alimentazione sono diventati però una vera e propria ossessione, una preoccupazione che occupa la mente tutti i giorni.

Chiaramente non tutte le persone che si limitano limitazioni a questi eccessi, ma è bene non abusare di diete restrittive, e del fai da te poiché i problemi ponderali sono complessi e solo un approccio multidisciplinare che può agire anche a livello psicologico può risolverli adeguatamente.

 

Se ti ritrovi nelle situazioni descritte in questo articolo prova la Mindful Eating

Scopri i percorsi: http://www.espositomalaragrazia.it/percorsi-di-mindful-eating/

Per saperne di più: http://www.espositomalaragrazia.it/2018/12/06/la-mindful-eating-per-migliorare-il-rapporto-con-te-stesso-e-il-tuo-corpo/


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